Il ’48 arabo, tra insidie e opportunità

Pubblicato il 27 gennaio 2011

Per la seconda volta in due anni le piazze mediorientali richiamano Obama alla realtà

E’ davvero una «febbre contagiosa», ed è lo stesso virus, quello che dalla Tunisia sembra diffondersi anche all’Egitto? E’ possibile che la repentina caduta di Ben Alì possa provocare un «effetto-domino democratico» sui regimi del mondo arabo? Di certo c’è che le “piazze arabe” non si sono ancora incendiate contro l’America o l’Occidente, per la guerra in Iraq o chissà cosa, ma come molti avevano predetto si stanno incendiando contro i loro dittatori, preoccupate per le loro condizioni di vita di cui incolpano non noi occidentali, ma i loro governanti. Certo, aumentano gli attacchi contro i cristiani, l’estremismo islamico è ben presente e operativo, e di tanto in tanto in piazza scendono folle indottrinate alla causa antisemita e/o antiamericana.

Ma le vere “piazze arabe”, quelle che protestano in massa in questi giorni, sono piene di giovani e persone normali che poco o niente hanno a che fare con i partiti e le ideologie, e che semplicemente sono stanche degli autocrati che da decenni opprimono e malgovernano i loro Paesi. Si tratta di regimi che appaiono solidi e che non hanno scrupoli ad usare la forza, ma che in realtà si reggono per miracolo (puntellati spesso dall’Occidente). Se può apparire sorprendente in quanto poco tempo sia dovuto fuggire Ben Alì, c’è da chiedersi se anche Mubarak, da tre decenni al governo del gigante Egitto, debba già pensare a preparare le valigie.

Mentre in Tunisia, Paese minore, di tradizioni laiche, la rivoluzione è stata accelerata dall’ottusità di Ben Alì e la transizione verso una forma accettabile di democrazia sembra uno scenario a portata di mano (più improbabile invece una deriva islamista), in Egitto si addensano nubi ben più minacciose e la situazione è molto più complicata. E’ vero che i manifestanti chiedono più libertà e più oppportunità, che internet e i social network hanno giocato un ruolo più che le ideologie e i partiti di opposizione – colti di sorpresa e incerti sul da farsi – e questo fa ben sperare, ma l’Egitto è un Paese chiave del Medio Oriente, di enorme importanza geostrategica, con una società complessa, in cui vivono 80 milioni di persone. E’ quindi possibile che finisca per diventare un campo di battaglia tra forze che puntano a riempire un eventuale vuoto di potere – e certo non con la democrazia. L’estremismo islamico è forte e ben organizzato, il Cairo è la culla dei Fratelli Musulmani, è sede di uno dei centri religiosi più influenti del mondo islamico, la ferrea Università al-Azhar, e potenze straniere hanno tutto l’interesse a puntare sulla destabilizzazione. Come l’Iran, per esempio, che nell’Egitto vede il suo principale competitor per l’egenomia sull’intero Medio Oriente.

Del tutto diverso, ma altrettanto importante, ciò che sta accadendo in Libano, dove la parte antisiriana della società sta reagendo alla formazione del nuovo governo, completamente nelle mani di Hezbollah, proprio alla vigilia della sentenza che il Tribunale speciale dell’Onu emetterà contro i dirigenti del movimento sciita per l’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri nel 2005. Un governo che sembra nato apposta per opporsi a quella sentenza.

In tutto questo come si sta muovendo l’Occidente? In un momento in cui l’unica politica estera vendibile pare essere una politica che si distanzi nella maggior misura possibile da quella di Bush e Blair, Stati Uniti ed Europa sembrano spettatori incerti, e a ragione impauriti, esitano a schierarsi dalla parte dei manifestanti ma non scommettono neanche sulla tenuta degli autocrati. Eppure, svolgere un ruolo, soprattutto in Egitto, è di vitale importanza.

Il regime di Mubarak sembra ancora in grado di reagire con un certo grado di flessibilità alle spinte della piazza. Dovrebbe essere incoraggiato verso vere riforme – non solo timide aperture – in campo politico ed economico, e a preparare una successione non “familistica”. Il dilemma è come favorire il processo democratico senza spalancare le porte del governo ai gruppi islamici, ma di sicuro lo status quo non può essere difeso in nome di una stabilità che, se mai c’è stata, oggi di certo non è più tale. L’Occidente avrebbe solo da guadagnare dalla democratizzazione dei Paesi arabi, ma d’altra parte spingere per un cambiamento di regime senza tenere conto in modo realistico della minaccia islamista non è un’opzione.

Le piazze arabe stanno scuotendo non solo le capitali mediorientali, ma anche Washington. Chissà se le parole pronunciate dal presidente Obama nel discorso sullo stato dell’Unione («The United States of America stands with the people of Tunisia, and supports the democratic aspirations of all people») sono solo, come è già accaduto, uno sfoggio di retorica, o se finalmente preludono ad un cambio di rotta della sua politica estera. Un’agenda fino ad ora rivolta alle cancellerie, dominata da fitti negoziati tra governanti che non hanno ancora prodotto risultati tangibili. Per due volte, in questi primi due anni di mandato, dalle piazze mediorientali – prima dal movimento “verde” seguito alla contestata rielezione di Ahmadinejad in Iran, ora dalla rivoluzione tunisina e dai moti egiziani e libanesi – è giunto a Obama un richiamo a prestare maggiore attenzione alle realtà sociali effervescenti del Medio Oriente piuttosto che alle astrazioni e alle acrobazie diplomatiche.

Sciupata la prima occasione, oggi il presidente Usa ha una seconda chance per correggere l’agenda della sua politica estera, per recuperare in qualche modo – nel suo modo – la “freedom agenda” dell’amministrazione Bush, troppo frettolosamente riposta nel cassetto come qualcosa di aberrante; imparare dagli errori del suo predecessore e, quindi, perseguirla con maggiore efficacia. Quanto accaduto in Tunisia e sta accadendo in Egitto offre una leva straordinaria per convincere i regimi della regione ad aprirsi. Allora, anziché sperare in improbabili conversioni dei loro governanti, la «mano tesa» dell’America potrà essere percepita nel mondo musulmano dai governati. Purtroppo è una tara della sinistra americana e non solo pensare alla politica mediorientale attraverso le lenti deformate del processo di pace israelo-palestinese, considerato a torto come la chiave di volta di tutti i problemi della regione. E’ vero il contrario, e cioè che se non cambia volto il Medio Oriente quel conflitto non ha chance di trovare soluzione.

Federico Punzi

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