2. L’ABOLIZIONE DEL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO

Pubblicato il 20 gennaio 2011

«… [L]a verità essenziale qui affermata [è:] non avere il diploma per se medesimo alcun valore legale, non essere il suo possesso condizione necessaria per conseguire pubblici e privati uffici, essere la classificazione dei candidati in laureati, diplomati medi superiori, diplomati medi inferiori, diplomati elementari e simiglianti indicativi di casta, propria di società decadenti ed estranea alla verità ed alla realtà; ed essere perciò libero il datore di lavoro, pubblico e privato, di preferire l’uomo vergine di bolli».

A scriverlo è Luigi Einaudi, nelle conclusioni della sua “filippica” (S.Cassese Il valore legale del titolo di studio, in Annali di storia delle università italiane, n. 6/2002: vedi link a fondo pagina) contro il valore legale del titolo di studio in (Scuola e libertà, in Prediche inutili, 1959). I suoi testi sono, ancora oggi, fonte primaria di riflessione per coloro che vogliano approfondire il tema.

I sostenitori delle tesi di Einaudi contestavano, già una cinquantina di anni fa, le impostazioni del sistema educativo nel nostro paese: insegnamenti uniformati a tutti (programmi decisi dal ministero) con la conseguente assenza totale di una sana competizione didattica tra istituti. Anche dopo aver concluso il percorso scolastico, una volta ottenuto il “titolo”, i problemi non si esaurivano: si venivano a creare inevitabili illusioni e pretese di una automatico impiego professionale, allargando purtroppo quella che allora, ed oggi, veniva definita disoccupazione “strutturale”.

Einaudi aggiungeva: «[...] la fonte dell’idoneità scientifica, tecnica, teorica o pratica, umanistica, o professionale non è il sovrano o il popolo o il rettore o il preside o una qualsiasi specie di autorità pubblica; non è la pergamena ufficiale dichiarativa del possesso del diploma».

L’abolizione del “pezzo di carta” viene da subito identificata come una delle soluzioni da adottare per rendere meno ingessate le scuole e gli atenei. Se uno studente si iscrive all’università, non per conseguire un titolo con valore legale, ma per ottenere solamente una solida preparazione culturale e professionale, gli atenei saranno costretti ad innalzare la loro qualità, scegliendo i docenti più bravi e migliorando in genere la propria offerta formativa, in un’ottica concorrenziale.

Utile sarebbe anche come deterrente dei diplomifici e d’aiuto per risollevare la figura del docente, su questo il Einaudi commentava: “Finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole, dalle elementari alle universitarie, noi non avremo mai libertà di insegnamento; avremo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di stato. Nozioni e non idee; appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo. inquadrato ormai come divulgatore di nozioni e non di idee”.

Merito, libertà di scelta, più mercato e più concorrenza tra le diverse offerte formative. Sono le parole chiave utilizzate dalle forze politiche in queste ultime dispute elettorali come ricette per riformare il sistema scolastico.

Il ministro Maria Stella Gelmini in alcune sue interviste, rilasciate all’inizio del suo mandato, ha preso posizioni coraggiose proponendo da subito alcune tra le riforme di sistema contenute programma elettorale del Popolo della libertà dove è stato inserito anche l’abolizione del valore legale del titolo di studio come punto di arrivo dopo una riforma complessiva.

Il governo ha successivamente voluto compiere un ulteriore passo: ha sostenuto infatti un ordine del giorno della Lega Nord che invitava l’esecutivo a “valutare l’opportunità di un graduale superamento del valore legale del titolo di studio” stimolati probabilmente dalla possibilità di inquadrare questa riforma in una prospettiva federalista.

Questo fatto ha riaperto il dibattito. Sono state depositate proposte di legge in entrambe le Camere, riuscendo a raccogliere anche adesioni trasversali come quella insolita tra il ministro Brunetta e l’allora ministro ombra del PD Linda Lanzillotta (già ministro del governo Prodi e ora parlamentare dell’Api di Rutelli)

La proposta di “azzeramento dei titoli” non è più percepita come un’esclusiva dei liberali e, più in generale, dell’attuale maggioranza di governo.

Infatti se fosse calendarizzata anche l’Udc con ogni probabilità, secondo quanto dichiararto durante la recente discussione generale sulla riforma dell’università, sosterrebbe l’iniziativa. Futuro e Libertà per l’Italia non farebbe mancare i propri voti e, se fosse in Parlamento, forse nemmeno Il Movimento a 5 stelle di Beppe Grillo.

http://www.cisui.unibo.it/annali/06/testi/01Cassese_frameset.htm

Oscar Giannino approfondisce il tema su Radio24:

http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?articolo=ecampus-berlusconi-laurea-valore-legale-titolo-universita-abolizione

a cura di Simone Cergnul

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