Un errore ripudiare la Freedom Agenda di Bush

Pubblicato il 2 febbraio 2011

Andava invece perseguita con maggiore determinazione e oggi avremmo temuto meno il post-Mubarak

Neanche l’amministrazione Bush è riuscita a ottenere da Mubarak le riforme politiche ed economiche che chiedeva, né che favorisse l’emergere di partiti politici non islamici, e forse la colpa di questa situazione è solo sua, di Mubarak, come sostiene Stephen J. Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente repubblicano, sul Wall Street Journal. Ma i fatti di questi giorni sembrano dimostrare che Bush aveva visto giusto, che l’idea alla base della Freedom Agenda del contestatissimo ex presidente, che faceva propria la visione dell’area neocon, era corretta. In centinaia di migliaia – dalla Tunisia all’Egitto, dal Libano allo Yemen, come due anni fa in Iran – marciano non per la Jihad, come vorrebbe al Qaeda, non per la causa palestinese contro Israele, né contro l’America. Marciano per la libertà e per migliori condizioni economiche. In una parola: per la modernità. E questa aspirazione era, ed è, la migliore arma in mano all’Occidente per combattere la minaccia dell’estremismo islamico. Anziché nutrire questa aspirazione, tuttavia, i leader occidentali, e persino quelli americani, l’hanno trascurata: per allontanarsi il più possibile dalle impopolari politiche di George W. Bush; nell’illusione che i regimi autoritari avrebbero svolto il lavoro sporco al posto nostro; e in attesa che la soluzione del conflitto israelo-palestinese, prima o poi, scrivesse magicamente la parola fine su tutti i mali del Medio Oriente.

«La crisi dell’Egitto è, per i politologi, l’equivalente di ciò che il crollo di Lehman Brothers è stato per gli economisti», ha scritto Marta Dassù su La Stampa. Non sarebbe la prima volta. Come all’epoca dell’Urss, in pochissimi sul finire degli anni ’70 e all’inizio degli ’80 ne prevedevano il crollo imminente. Anzi, la maggior parte degli analisti e dei commentatori erano persuasi che Mosca stesse prevalendo nella sfida con gli Usa, o comunque che occorresse rassegnarsi a convivere con un potente blocco sovietico. Non mancava, però, chi – inascoltato – continuava a vederne la fragilità, e ad essere convinto che sarebbe bastata una spallata dall’esterno, o una scintilla dall’interno, a far crollare tutto. E così andò. Penso ai tanto vituperati neocon e a dissidenti come Nathan Sharansky, e a Ronald Reagan, che ha saputo fare tesoro delle idee e delle analisi giuste, sia pure minoritarie.

Come allora, anche in questi anni c’è chi ha continuato a ripetere che le dittature “laiche” del mondo arabo bisognava sostenerle in funzione anti-islamica, e che persino con gli ayatollah era il caso di mettersi d’accordo perché non avrebbero mai perso il potere in Iran. Ebbene, la realtà sembra invece dare ragione a quanti sostenevano che il cambiamento era alle porte, che quei regimi avevano le ore contate perché le società mediorientali, pur tra mille contraddizioni, non ne potevano più, e che l’Occidente avrebbe dovuto farsi carico di indirizzare, influenzare per il meglio questo processo anziché ritardarlo rischiando di esserne travolto. Non sempre la sua amministrazione ha agito coerentemente con la Freedom Agenda, ma Bush ne era consapevole quando affermava che «aver giustificato per sessant’anni la mancanza di libertà in Medio Oriente non ci ha resi più sicuri, perché nel lungo periodo la stabilità non può essere ottenuta a scapito della libertà» e «finché il Medio Oriente rimane una regione in cui la libertà non fiorisce, rimarrà una regione di stagnazione, risentimento e violenza pronti per essere esportati».

I «regimi amici» come quello di Mubarak si sono dimostrati a volte preziosi alleati dell’Occidente nella regione. Per esempio, nelle crisi arabo-israeliane, o in quelle irachene, e nel contenimento delle ambizioni iraniane. Ma lungi dal rappresentare un argine efficace, con l’oppressione e il malgoverno hanno di fatto gonfiato le file dell’estremismo islamico. Mubarak, ha spiegato Elliott Abrams sul Washington Post, ha soffocato l’opposizione moderata mentre la Fratellanza musulmana ha potuto prosperare nella clandestinità e nelle moschee. A ben vedere, il leader egiziano ha prodotto un «sistema a due partiti» – il suo e la Fratellanza musulmana – così da poter giustificare agli Stati Uniti e al suo stesso popolo la sua permanenza al potere come unica alternativa agli islamisti. Non possiamo sapere cosa pensano gli egiziani, e quindi quale sarebbe l’esito di libere elezioni, ma sappiamo per certo che i regimi che rendono impossibili politiche moderate alimentano l’estremismo. Per l’Occidente, e l’America soprattutto, mostrarsi «amici» di tali regimi, molto più che le guerre combattute contro i talebani e Saddam Hussein, ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori di gran parte delle “piazze arabe”. E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari, ma anche sulla cosiddetta “borghesia”, sugli imprenditori e i professionisti, come medici, avvocati, ingegneri, hanno sempre più presa le organizzazioni integraliste islamiche come i Fratelli musulmani.

L’errore di tutte le sinistre, a cui non è immune quella americana, è credere che il conflitto israelo-palestinese sia la causa prima di tutti i mali del Medio Oriente, e quindi la sua soluzione la chiave per stabilizzare la regione. Al contrario, è nei regimi che la governano la radice dell’odio: o spietate dittature islamiche e terroriste, o autocrazie la cui impopolarità favorisce l’estremismo islamico. L’amministrazione Obama ha discusso con Mubarak innumerevoli volte nel 2009 e nel 2010, ma riguardo i suoi obiettivi per il processo di pace tra israeliani e palestinesi, mentre ha sottovalutato l’importanza delle riforme interne. Ha ridotto gli aiuti economici al Cairo (tranne quelli militari), tagliato il sostegno finanziario e attenuato quello politico ai gruppi democratici egiziani. Quando gli iraniani sono scesi in piazza, nel giugno del 2009, per protestare contro la rielezione di Ahmadinejad, Obama ha temuto che schierarsi dalla parte dei manifestanti avrebbe compromesso i negoziati sul nucleare, che comunque non hanno prodotto alcun risultato. Il ripudio totale della Freedom Agenda di Bush, come se si trattasse solo di propaganda di guerra, ha portato con sé il terribile errore di considerare la promozione della democrazia come un’imposizione dall’esterno, smarrendo quello che è invece il suo significato strategico.

Di fronte ad una crisi improvvisa qualsiasi amministrazione può apparire per lo più ostaggio degli eventi e dei dilemmi, ma se guardiamo ai mesi e agli anni passati, alcune buone opzioni c’erano eccome. Anziché sostenere questi regimi, concentrarsi sul processo di “pace” tra israeliani e palestinesi – inevitabilmente in stallo da anni – occorreva preparare la trasformazione politica del Medio Oriente, favorire la crescita di nuove classi dirigenti, stringere legami con esse. E magari oggi, in Egitto, un’opposizione democratica affidabile si sarebbe fatta trovare pronta per contrastare efficacemente l’alternativa islamista dei Fratelli musulmani. Il risultato di questo errore di “visione” è che invece le classi sociali più preziose, quelle che dovrebbero essere il motore di un cambiamento in senso liberale e democratico, sono ancora lontane dall’Occidente, anzi lo accusano di aver sostenuto Mubarak, e la domanda di libertà, di modernità, pur maggioritaria nel Paese, rischia di rimanere senza leadership.

E’ vero che il movimento che potrebbe detronizzare Mubarak è per la stragrande maggioranza democratico, esprime un desiderio di libertà e buon governo, ma come quasi sempre accade in questi casi sono i gruppi più organizzati e fortemente ideologizzati che finiscono per egemonizzarlo e per raccogliere i frutti politici. Gruppi che quasi sempre chiedono libertà oggi per negarla domani se, o piuttosto quando, saliranno al potere. E questo rischio, cui scampammo in Italia nel dopoguerra grazie alla Guerra Fredda, oggi in Egitto è alto e a causa della miopia dell’Occidente non ci sono argini, se non gli egiziani stessi. Che vogliono modernità, social network, non uno Stato islamico. Eppure è proprio uno Stato islamico ciò che rischiano di ottenere. Oltre che un’associazione religiosa, infatti, i Fratelli musulmani sono l’unico partito politico di massa egiziano, l’unica forza organizzata e ramificata territorialmente, con una dirigenza indottrinata e combattiva, con forti legami all’estero. Né può offrire garanzie ElBaradei, un personaggio troppo incline a farsi strumentalizzare. Da direttore dell’Aiea fu troppo morbido con gli iraniani, che ne approfittarono. Ora i Fratelli musulmani gli offrono il loro appoggio come «guida verso il cambiamento». Hanno bisogno di una figura rassicurante agli occhi dell’opinione pubblica e della comunità internazionale, perché oggi un loro ruolo di primo piano rischierebbe di fare il gioco di Mubarak, ma al momento opportuno non avrebbero scrupoli ad usare metodi bolscevichi per conquistare il potere. A Teheran, intanto, gli ayatollah esultano, vedendo a portata di mano un cambio di regime che potrebbe spalancargli la via verso l’egemonia incontrastata nella regione.

Purtroppo, una transizione piena di opportunità, ma anche di incognite, rischia di presentarsi come un evento subìto dagli Stati Uniti piuttosto che, se non guidato, almeno in qualche modo bene indirizzato. L’appoggio alla transizione da parte dell’amministrazione Obama sembra più una toppa tardiva che il frutto di una strategia, o un esito a cui si era preparati. In Pakistan gli Stati Uniti sono riusciti a evitare – finora – che il Paese cadesse nelle mani di un regime islamista, guidando il passaggio dei poteri da Musharraf a un governo legittimato democraticamente, sia pur debole e causa di molti problemi in Afghanistan. E’ possibile che anche gli egiziani, potendo scegliere, scelgano un futuro di libertà e democrazia e non la tirannia islamista, ma affinché abbiano in concreto questa libertà di scelta, è necessario che non siano costretti a scegliere tra il partito di Mubarak e la Fratellanza musulmana, ma che i partiti non islamici trovino un contesto favorevole per emergere. Nel migliore dei casi, nel breve-medio periodo è lecito aspettarsi alla guida del nuovo Egitto un governo che rifletta meglio il peso delle organizzazioni politiche presenti nel Paese. Quindi, anche se non fosse dominato dai Fratelli musulmani, sarebbe comunque meno propenso a stringere accordi con gli Stati Uniti, meno cooperativo con Israele e, invece, più amichevole con i suoi nemici.

Federico Punzi

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